Di Amazon e di Macerata
ovvero
Come queste due realtà hanno cambiato la mia vita
Prima venne Macerata, eh sì. Correva l'anno del signore 1988, e io, fresco di cartolina precetto, mi recai in zona Mario Pagano (pronunciato Pagàno, anche se allora noi sfigati lo pronunciavamo Pàgano, visto che a fine anni Ottanta era l'epoca dei raccomandati e dei figli di papà che se ne stavano a casa dalla naja) per leggere i famigerati cartelloni. Già, allora non c'era la mail, né altro mezzo tecnologico e tele-comunicativo. Si andava proprio di persona, con il cuore in gola e il cappello in mano. Arrivo, accompagnato da amico anche lui cartolinato, e ci appropinquiamo con il batticuore ai cartelloni famigerati. Davanti a noi gente che piange (non scherzo) perché gli è toccata qualche località della Sardegna interna o, peggio ancora (eh sì, si diceva fosse il peggio del peggio), qualche caserma sperdutissima in Friuli al confine con la Jugoslavia, dove d'inverno fai la guardia al nulla e ti vien la paura soltanto a guardare il buio che c'è fuori. Altri che esultano, invece. Si danno pacche sulle spalle.
Son quelli che son stati selezionati per l'Aeronautica, dove dicono "si sta meglio".
Io e il mio amico c'avviciniamo e scopriamo di essere anche noi tra questi fortunelli. Aeronautica Militare. Quando leggo il nome della città, io che pur son sempre stato nerd in geografia, tanto che in prima elementare già ricordavo e recitavo a memoria tutti capoluoghi di provincia italiani (con diletto e vanto dei miei genitori che mi esibivano come fenomeno da baraccone), nell'ansia mi confondo e, leggendo "Macerata", penso a Matera.
E mi viene un coccolone. Ignorante, io, che allora non conoscevo la bellezza devastante della cittadina lucana, mi preoccupo solo dell'enorme distanza da casa. Mi si annebbia la vista. Vuol dire... beh, con i treni di allora, vuol dire 18 ore di viaggio ogni volta. Quindi, se ti danno il "trentasei", col cavolo che riesci a tornare a casa a mangiare la cotoletta della mamma.
Sto per piangere -- lo ammetto -- poi mi riprendo, il cervello riprende a funzionare e mi rendo conto: Macerata! Non Matera! Son vicino! (Strano come sia tutto relativo, eh? Non avessi preso il coccolone per il timore di Matera, Macerata nelle Marche mi avrebbe depresso, constatando che un terzo amico era stato assegnato -- Esercito -- a Milano.)
E si parte? Io, che ho anche la passione dei numeri, mi gaso subito per la data. 8/8/88, ottavo scaglione ottantotto, presentarsi in caserma l'otto agosto. Se non è un segno questo...
E in caserma mi presento. Prima volta lontan da casa, sul serio, altro che quando si andava per un weekend in campeggio con gli amici.
Mi pento della mia decisione, con tutti i miei "compagni" comunisti (allora si era comunisti, anche, che vi ridete?) che hanno optato per il servizio civile e io no. "Perché?" mi chiedevano. E io: "Perché, quando ci sarà la rivoluzione,
loro sapranno sparare, e noi no, deficienti." (Erano i tempi in cui al Parco Lambro il Fronte della Gioventù faceva incursioni con pistole vere).
Poi, però, conosco Macerata. Alle prime licenze. Ai primi pomeriggi liberi. La gente splendida, accogliente, meravigliosa, nonostante l'invasione mensile di giovani arrapati e idioti provenienti da tutt'Italia. Mi prendo anche una cotta colossale per una ragazza del posto, capelli neri occhi color nocciola scuro, ricci, figlia della proprietaria di una trattoria che, vistomi tanto magro (all'epoca ero alto come adesso, un metro e ottanta, ma pesavo sessanta chili -- ah, bei tempi!), mi aveva preso sotto la sua ala protettrice e mi rimpinzava di ogni ben di dio. Con la ragazza non accadde nulla, purtroppo per me, ma a tutt'oggi ci sentiamo ancora.
Il mese (quranta giorni) trascorso a Macerata non lo dimenticherò mai. Si usciva dalla caserma e ci si sentiva a casa. Da allora ho sempre avuto un rapporto splendido con i marchigiani, ma basta che uno mi dica "sono di Macerata" e io subito mi illumino.
Sette anni più tardi, era il 1995, sono tra i primi italiani a possedere un'email (email, ovvero posta elettronica, è femminile, vi prego) e un abbonamento internet. Non c'è ancora molto di grafico, e si sta sulle bacheche. Ma imparo molto, e nel 1998 inizio a lavorare per una società che sviluppa chat e instant messenger e comunità virtuali. Chi di voi è stato membro di Atlantide di Telecom Italia, o ha chattato usando C6? Ebbene, io (insieme a un bel gruppetto di altre persone) ero dietro a quelle robe lì. E, nel 1997, scopro Amazon. Allora è solo Amazon.com, e vende solo libri... ma santo cielo, sono i libri che, da quando è morto mio zio che faceva il fisico al JPL in California, non riesco più ad avere se non a prezzi esorbitanti alla libreria inglese di Largo Cairoli. Stephen King in lingua originale. Gli altri miei autori introvabili e non pubblicati in Italia in lingua originale? Ma non si può non approfittarne... e poco importa se i libri arrivano dopo un mese e mezzo, è bellissimo quando torno a casa dall'ufficio e trovo il pacchetto davanti alla porta.
Con il tempo, Amazon si evolve, e mi evolvo anch'io.
Ora ci faccio persino la spesa, e mi spiace per i negozietti, ma non è colpa di Amazon. La colpa è di chi li tartassa, imponendo loro prezzi allucinanti. Io non navigo nell'oro e quindi, se posso comprare una cosa a 11 euro invece che a 19, la compro a 11.
Adesso ho persino quei bottoncini monomarca. Sapete, sono dei magneti che s'attaccano al frigorifero. Su uno c'è scritto Scottex (noi vapers usiamo i rotoloni, lo sappiamo tutti). L'ho programmato. Ogni volta che premo il pulsantino sul frigo, Amazon mi impacchetta quattro rotoloni e me li spedisce a casa. Arrivano il giorno dopo senza alcuna spesa, perché c'ho Prime.
Senza Amazon non dico che non saprei più vivere, ma la mia vita sarebbe molto più uno sbattimento.
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Vediamo chi ha avuto il coraggio di arrivare fino in fondo
