Oltre a scrivere poesie ho anche scritto un paio di racconti in parte autobiografici ed in parte di pura fantasia. Premetto che i miei genitori sono stati grandiosi, ci hanno molto amati e con grande sacrificio ci hanno fatto studiare. Io laureato in scienze agrarie mio fratello in matematica e mia sorella diplomata al magistrale.
Buona lettura a chi riesce ad arrivare alla fine.
IL TERZO FIGLIO
(storia tragicomica di nascite e battesimi )
Essere nato nel giorno considerato di disgrazia e nel mese più pazzo che esista non mi è mai pesato. Sono nato infatti il 17 marzo 1950 e neanche a farlo apposta era di venerdì. Gli influssi negativi, a detta di molti, dovevano essere proprio notevoli: 17 disgrazia, venerdì giorno funesto, marzo un mese pazzo, segno zodiacale pesci. Pare che i pesci siano instabili di carattere, abbiano una doppia personalità, parlano poco, e non sai mai se prenderli per la testa o per la coda.
Per cancellare tutte queste funeste coincidenze, mio padre mi mise un pizzico di zucchero nel culo. Non solo ma siccome quello che sembrava più funesto era il venerdì 17, balia d’accordo, alle anagrafe fui rivelato come nato il diciannove, giorno di San Giuseppe in cui mia madre faceva l’onomastico. Ma sarà mai servito, dato che una volta mio padre mi disse che l’unica soddisfazione che gli ho dato era stata nove mesi prima di nascere? Certamente se fosse dipeso da me nemmeno quella gli avrei dato.
Prima di me sono nati due figli, il primogenito dopo appena sette mesi di matrimonio. Data la radicata tradizione di quel tempo, anche se oggi è dura a morire, si chiamò Filippo come il nonno paterno. Dopo tre anni nacque mia sorella, che sempre secondo la tradizione si sarebbe dovuta chiamare Rosalia come la nonna materna. Però visto che mia nonna aveva dieci figli e di Rosalia già ce ne erano abbastanza a mia madre fu concesso di scegliere il nome: Lidia. Da dove lo abbia preso non lo so, di certo era un nome raro per quel periodo. Così la famiglia sembrava a posto. Già negli anni cinquanta c’era la tendenza a ridurre il numero dei figli, si diceva che uno era poco e due erano troppi. Si diceva anche che il primo si faceva per amore, il secondo per dovere, e… il terzo per sbaglio. Se non lo avete capito ve lo dico subito: io sono il terzo figlio. Quello che si fa per sbaglio. Da ciò ho dato una spiegazione alla frase di mio padre relativa all’unica soddisfazione che gli avrei dato.
Per quanto riguarda il nome da darmi la tradizione imponeva quello del nonno materno ma mia madre era decisa a continuare per la sua strada e ritenne che anche di Francesco ce ne stavano abbastanza per placare il ricordo del padre defunto da venti anni. Così anche per me, calendario alla mano, scelse un nome strano: Ermanno. Non solo un nome strano ma per di più raro anzi rarissimo, Io in tutta la mia vita non ho mai conosciuto un altro Ermanno. Debbo però dire che mi piace molto.
Quando mio padre tornò con il certificato di nascita mia madre appena lo lesse andò su tutte le furie -Ma che cosa hai combinato!! Qui c'è scritto Armando! Ermanno, il nome deve essere Ermanno. Torna al municipio e fallo correggere.
Mio padre con un pacchetto di sigarette tornò dall’impiegato delle anagrafi e fece cambiare il mio nome. Non oso immaginare cosa successe quando mia madre lesse il mio nuovo nome: Armanno. Un nome che nemmeno esisteva nel calendario. - Mio figlio - disse -dovrebbe fare l’onomastico per tutti i Santi, non sia mai! Torna indietro e fallo correggere di nuovo.
Così mio padre, questa volta con due pacchetti di sigarette, convinse il povero impiegato a scrivere il mio attuale nome. Quando tornò da mia madre disse solo: Ora sei contenta? La pagina dove è registrato tuo figlio è tutto uno scarabocchio!
Penso proprio che gli effetti dello zucchero siano stati annullati da questo episodio, la mia vita, infatti, è stata tutta uno scarabocchio.
Di mio padre non ricordo proprio nulla se non il suo silenzio. Per la verità ricordo di avere giocato con lui un paio di volte. La prima, avevo si e no cinque anni, era quasi ora di cena, dato che mi stavo addormentando sul tavolo mio padre mi incitò a fare la lotta. Giocammo nel corridoio. La seconda volta è stata quando mi diede qualche lezione di scherma, avevamo due fioretti molto antichi e le pareti del corridoio di casa erano tutte graffiate per le varie schermaglie tra me e mio fratello. Questi due ricordi sono impressi nella mia mente come due momenti di grande gioia.
Il ricordo più antico della mia vita risale a quando avevo tre anni ci trovavamo a Ciminna, un paese dell’entroterra siciliano, dove era nato il nonno paterno e dove mio padre aveva dei parenti che andavamo a trovare ogni estate per trascorrere qualche giorno di ferie. Un giorno ci trovavamo in una casa di campagna. Mia madre con le altre donne stava preparando il pranzo mentre io giocavo con il cane, ad un tratto la tirai per il vestito portandola dietro la casa. Li le feci la mia dichiarazione d’amore:
-Mamma quando sono grande mi voglio sposare con te.
Non ricordo cosa mi rispose, solo che mi abbracciò con tanta tenerezza. Altri ricordi belli sono legati allo stesso periodo poi, nella mia infanzia, c’è quasi il buio totale. Quello che so mi è stato raccontato. Una cosa che non avrei mai voluto sapere era che io proprio non ci dovevo essere.
A quei tempi non esisteva la pillola e i preservativi erano cose che pochi si potevano permettere. Il metodo per non avere figli era o la classica “marcia indietro” oppure ci si doveva rassegnare ad avere un figlio ogni tre anni dato che durante l'allattamento era difficile avere altre gravidanze. Cosa abbia fatto per evitare che io nascessi non lo so e non mi è dato di sapere. Però so che per tre mesi, hanno sperato che me ne andassi. Ma siccome sin da quando ero un ovulo ero cocciuto non solo non volli aspettare i tre anni ma proprio non me ne volli andare. Mia madre mi disse che dopo i primi tre mesi entrò nella dimensione di diventare per la terza volta madre. Magra consolazione. Così per me ci sono stati tre mesi di speranza di abortire e sei mesi per affezionarsi a questo nuovo figlio dell’errore. In compenso il corredino che mi fece è stato da vero principe. Tutto ricamato con le sue mani. Ancora conservo qualche camiciola e un paio di bavette. L’abitino del battesimo era, come si usava a quei tempi, tutto merletti e lunghissimo almeno il triplo di me, se fosse stato più largo l’avrei potuto indossare per la prima comunione. Con questo abitino ho battezzato mio figlio.
Che mia madre ci amasse non ci sono dubbi però aveva anche la cattiva abitudine di raccontarci come eravamo nati: - A te Filippo ti ho preso allo Spirito Santo, tu invece Lidia ti ho trovato per strada e tu… tu Ermanno sei nato nel “buttatoio”. Noi li a piangere per le nostre tristi origini. In compenso però lei ci aveva presi!
A questo punto occorre dare qualche chiarimento. Lo spirito Santo era un luogo dove venivano abbandonati i figli non voluti o che non si potevano mantenere, mentre il buttatatoio, comunemente chiamato “u cumuni” era una sorta di piletta fatta in pietra monoblocco scavato a forma concava con un grosso buco direttamente in collegamento con la colonna di scarico. Il buco veniva chiuso con un grosso di tappo sempre in pietra di forma conica legato ad un laccio per poterlo sollevare. Tutto ciò che veniva buttato in quel buco veniva inghiottito con una voracità impressionante. Ebbene io sarei risalito dalla colonna di scarico. Siccome prima che esistesse l’attuale tazza per il gabinetto questo buttatoio veniva usato anche per soddisfare i propri bisogni fisici, mi chiedevo come mai uno stronzo sia diventato un bambino. Non solo ma non potevo consolarmi pensando che ero stato buttato da quella del piano di sopra perché abitavamo all’ultimo piano. Così mi rimase il dubbio di quale delle donne che abitavano sotto avesse cagato questo bambino.
Dopo di me nacque un’altra bambina, fu chiamata Rosalia come mia nonna, una lacuna che doveva colmarsi.
Altro errore? Assolutamente no! Siccome mio padre stava male mia madre fece un voto, quello di fare un altro figlio se fosse guarito. Ad onore del vero non ho mai saputo di cosa soffrisse mio padre so soltanto che guarì e che la presenza di una sorella nata per grazia ricevuta non fece altro che appesantire il ricordo delle mia origine di merda.
La scelta del padrino era una cosa complessa perché i criteri erano dettati o dal rispetto verso una persona o, come spesso accade anche ai nostri tempi, per consolidare un legame con il comparato. Con mio fratello e con mia sorella erano stati assolti i doveri verso i nonni paterni e verso la nonna materna.
I padrini di battesimo di solito regalavano al figlioccio una collana d’oro e relativo crocifisso. Più pesante era la collana e più si manifestava il piacere di essere stati scelti. Considerato che il fratello maggiore di mia madre non aveva figli la scelta cadde su di lui. Del resto era noto, anche se non lo aveva palesato apertamente, che era una cosa a cui mio zio teneva moltissimo in quanto per lui era come avere quel figlio che aveva tanto desiderato ma che sua moglie, suo malgrado, non aveva potuto dargli. Così sarebbe stato se un giorno all’apprestarsi della data del battesimo mia madre non avesse incontrato la cognata:
- Sai Giovanna una di queste sere vengo a farti una visita-.
Mia zia che capì l’antifona e rispose: - Se è per invitarmi al battesimo non posso venire perché non ho un vestito buono da mettere, magari… se me lo cuci tu… se hai tempo.
Mia madre, che era sarta, comprendendo bene il significato di quella risposta aggiunse: - Per adesso sto facendo il mio e non ho tempo ma comunque non c’è fretta, poi vengo a trovarti dopo il battesimo per farti conoscere il bambino.
Di tutta questa storia mio zio no ne seppe mai nulla. Questa è stata una delle poche volte che mia madre è stata prudente e che io avrei preferito che, come suo costume, non lo fosse stata.
Restava comunque sempre il problema dei padrini. I miei genitori erano legati con una cugina di mia madre che si chiamava Mimì, diminutivo di Domenica, il marito Vincenzo come mio padre. Loro avevano solo tre figlie femmine, quindi un figlioccio era molto probabile che sarebbe stato gradito. Così qualche sera prima del battesimo andarono a trovarli proponendo il “San Giovanni”, espressione che significava fare da padrino e diventare compari. Mentre la futura madrina scoppiava di gioia, il prescelto padrino, che era un gradasso, disse con tono solenne: - Io lo sapevo che questo comparato doveva cadere qua!
Lo disse con un tono che ai miei parve come il vanto di essere la persona più importante che loro conoscessero.
- Compare, sono contento che la cosa l’avete a piacere…. Disse mio padre che fu subito interrotto da mia madre che stava scoppiando cercando, forse, di trattenere, senza riuscirci, la sua imprudenza: - non è così! – disse – questo battesimo non stava per voi ma per mio fratello Nicolino, siccome sua moglie mi ha fatto brutta cera, l’unico che resta siete voi.
Mio padrino non si tirò indietro come avrebbe dovuto fare però mi regalò una collana così sottile che appena messa si ruppe al primo starnuto, e non fui mai trattato come quel figlio che non aveva avuto.
Le diversità tra i figli dell’amore e del dovere con quello dell’errore si notarono anche in occasione della prima comunione. Filippo aveva otto anni e Lidia sei, fecero la comunione insieme.
Al primo fu fatto indossare un frac color crema bottoni dorati e relativo farfallino, mentre Lidia indossava un vestito tutto pomposo che sembrava una sposa in miniatura. Ovviamente non mancarono i festeggiamenti.
Quando avevo tredici anni i miei si ricordarono che ancora non avevo fatta la prima comunione e così dopo un breve corso di preparazione mi ritrovai, palo telegrafico, tra tanti bambini che mi arrivavano sotto le ascelle e cercavo di tenere le ginocchia piegate per apparire più basso. Mia madre aveva deciso che avrei indossato un vestito da sfruttare anche dopo. Tutti rispettavano la tradizione di vestirsi con frac o da maresciallo con tanto di cappello fascia, spalline dorate, e spada, io ero l’unico con giacca e pantaloncini che mostravano le mie gambe pelose. Come dire: la pecora nera tra tante anime candide!
Come tante volte accade la storia si ripete. Mio fratello anche lui è incappato nel terzo figlio, anche lui con il primo e con la seconda assolse ai doveri verso i genitori e verso i suoceri. Unico neo il suo primo genito non fu chiamato Vincenzo come mio padre ma Massimiliano Vincenzo. Di certo mio padre ci rimase molto male, era il suo primo nipote e avrebbe tanto voluto perpetuare il suo nome. Nessuno però ebbe il coraggio di commentare e del resto mia cognata si chiamava Vincenza. Un nome anche questo imposto per tradizione che a lei non piaceva. Ma tornando al terzo figlio di mio fratello quando nacque sia io che mia sorella, ci astenevamo dal fare il regalo al nuovo nipotino in virtù del fatto che ci spettavamo la richiesta di battezzare Claudio, questo è il suo nome. Durante la gravidanza, in tutti i discorsi, non fu mai fatto un accenno ai futuri padrini. Claudio nacque e non si sapeva chi sarebbero stati i prescelti. Fu anche fissata la data del battesimo ma sui padrini niente. Successivamente la data fu rinviata due volte e ancora non si sapeva chi erano i padrini. La domenica precedente alla nuova data ci trovavamo tutti da mia sorella, io avevo il bambino in braccio insieme a mia moglie gli facevamo delle coccole si avvicinò mio fratello e, con un filo di voce, disse: - Vi sta bene come figlioccio? –
Io sorrisi annuendo, non sapevo che dire così pure mia moglie, in nostro soccorse giunse Franco, marito di Lidia, che interruppe il silenzio dicendo con tono ironico: - Scelta molto sofferta!
Il mio primo pensiero fu quello che l’avermi scelto fu un ripiego o una scelta obbligata dettato dal “rispetto” o stimolata dalla mia imprudente madre. Mi chiedevo come mai all'ultimo minuto? chi doveva battezzarlo al posto mio? Saprò trattarlo come un figlio?
Memore del trattamento impartitomi da mio padrino, non volendo che la storia si ripetesse, regalai a mio figlioccio una collana degna di essere chiamata tale e che se lo avessero immerso nel fonte battesimale con la collana al collo sarebbe affondato come una barchetta che getta l’ancora di un transatlantico.