Sparo qui una cosa priva di qualsiasi pretesa, ma che vuole essere un mio ricordo di Stephen Hawking.
Ero ragazzino (appena diciottenne) quando lessi per la prima volta A Brief History of Time (tradotto in Italia, con la consueta stupidaggine atavica nella scelta dei titoli "a effetto", con l'orribile "Dal Big Bang ai Buchi Neri"). Mi appassionava la fisica, come mi appassiona tuttora, ma quel libro... beh, ricordo che quel libro mi diede la sensazione che qualcuno stesse tentando di aprirmi il cervello a martellate. Tanto erano meravigliosi e complessi quei concetti per me, che per la fisica avevo soltanto una passione e nulla più (proprio come ora), mancandomi del tutto le basi e le capacità e il talento matematico per poterla studiare in modo approfondito.
Ridendo, mi accorsi che era quasi omonimo del mio autore preferito, Stephen (Haw)King. E, incredibile per un professore di fisica, aveva la stessa capacità affabulatoria. Riusciva a rendere affascinante come un romanzo un saggio sul cosmo e sulla nascita dell'universo.
Un personaggio straordinario, Stephen Hawking. Condannato a morire prima dei trent'anni dalle diagnosi mediche (la SLA l'ha reso immobile fin dall'età di 27 anni), se ne è fregato e, in barba a ogni previsione, è vissuto fino a ieri. Incapace di parlare, oltreché di muoversi, ha ideato lui stesso un sistema per poter sintetizzare la voce tramite un computer collegato alla sua carrozzella. Con quella sua voce metallica e inconfondibile, ha spesso e volentieri fatto dell'ironia su se stesso.
Già, perché, oltre a pubblicare una serie di saggi uno più bello dell'altro, è riuscito a portare il suo "personaggio" e la fisica anche al di là delle austere mura delle università gotiche del New England. Non ultimo con lo sforzo enorme di scrivere un libro (il già citato A Brief History of Time) con l'obbligo, impostogli dall'editor, di non inserirvi neanche un'equazione. Nemmeno una! Riuscì a trovare un compromesso, e infatti l'unica equazione matematica presente nel libro è la celeberrima E=MC2 della relatività einsteniana.
Si è sempre prestato a fare dell'ironia e dell'auto-ironia. Più volte "ospite" (e doppiatore di se stesso) dei "Simpson", dove in una puntata addirittura vola via sulla carrozzella a razzo, ha accettato senza colpo ferire le prese in giro ben più cattive di "Family Guy" ("I Griffin"). Memorabili sono le sue apparizioni nella serie TV "The Big Bang Theory", di cui è diventato ospite praticamente fisso, e dove, secondo sua stessa ammissione, si è "divertito fino alle lacrime". Una volta, un attore straordinario e spesso sottovalutato, Jim Carrey, era ospite di David Letterman, e tentava (scherzosamente, come suo solito) di difendersi dall'accusa di essere stupido (era appena uscito "Scemo e più scemo"). All'improvviso, Jim Carrey chiede a Letterman di fare un collegamento video. Non appena si stabilisce il collegamento, ecco apparire Stephen Hawking che, nell'ilarità generale, dice che ha passato una settimana in compagnia di Jim Carrey e che lo ritiene "la persona più intelligente che abbia mai incontrato".
Questo era Stephen Hawking. Un uomo capace di sconfiggere la malattia e le leggi della fisica, e soprattutto capace (l'ha fatto più volte, nella vita) di tornare sui suoi passi e ammettere i propri errori, rivedendo le sue stesse teorie alla luce dell'evoluzione della ricerca.
Se ne è andato un grandissimo che, nonostante fosse considerato da tutti il più grande fisico vivente (fino a ieri, sigh), non ha mai ricevuto il Premio Nobel per la fisica.
Ecco, spero che a Stoccolma non facciano l'errore di attribuirglielo postumo. Sarebbe irrispettoso, e a lui non piacerebbe affatto.